CONCORSO A PREMI - Entry n.2
Dec. 11th, 2011 03:43 pmEntry 2
Titolo: Midosuji-sen
Gruppo: Kanjani8, Arashi
Pairing: (past) Subassan, (past) Yokohina-friendship
Rating: R
Genere: angst, hurt-comfort
Disclaimers: l'autrice di questo scritto pubblicato in forma anonima garantisce di non possedere diritti sulle persone e le cose realmente esistenti contenute in esso.
Breve trama: "Una voce che adesso riecheggiava solo nella sua testa, esclamava il suo soprannome come se il passato non esistesse. Come se non fosse mai successo nulla che glielo portasse via per sempre".
Una banchina della metro che era sempre la stessa da anni, un cartellone pubblicitario che cambiava con una frequenza alla quale non aveva mai fatto caso.
Le persone che si mettevano in fila in silenzio, aspettando l'arrivo del mezzo di trasporto nelle ore di punta, quando ne passa uno ogni tre o quattro minuti.
La calma e il silenzio di quella stessa banchina quando era tardi, quando era presto, quando non era l'orario giusto per prendere la metro.
Era sempre in quei momenti, in quei frangenti in cui stava attendendo di tornare a casa o di andare al lavoro che lo vedeva.
Il suo viso sorridente riflesso sul plexiglas delle macchinette automatiche di bevande, l'impressione di averlo al proprio fianco nella folla che si accalcava vicino alle porte chiuse e ancora in movimento del mezzo appena arrivato in stazione.
Una voce che adesso riecheggiava solo nella sua testa, esclamava il suo soprannome come se il passato non esistesse.
Come se non fosse mai successo nulla che glielo portasse via per sempre.
"Shibuyan!"
Ultimamente ti sogno spesso.
Ultimamente mi manchi più del previsto.
Anche quel giorno aveva terminato l'incarico.
Il bambino che stava curando aveva poco più di sei anni e già iniziava a prendere coscienza delle proprie capacità: spostava e distruggeva oggetti con la forza del pensiero e si divertiva a far sbattere porte e finestre, aprire e chiudere serrature, far spaventare la madre con sempre nuove trovate.
Rideva spesso e per Shibutani era difficile controllarlo: quando i bambini raggiungevano un certo livello di autonomia nell'utilizzo della propria mente e tuttavia rimanevano ancora completamente innocenti e spensierati, rinchiudere l'esuberanza di quegli spiriti era stancante e, in fondo, sbagliato.
Ma cosa nella sua vita non era stato sbagliato o... disumano, in fondo?
Disumano... era quello il vero quesito, il suo vero tormento.
Il bambino gli si addormentò in braccio, stanco per l'intrusione violenta che la sua mente aveva subito. Tentava sempre di essere il più delicato e dolce possibile, ma per individui di quell'età era già tanto se non provassero dolore fisico nel sentirlo strappargli lentamente ogni pezzetto di quella straordinaria capacità che avevano impressa nel dna.
La piccola mano gli si era aggrappata alla manica della giacca e il viso assopito non era sorridente o rilassato... avrebbe avuto incubi. Lunghi, oscuri incubi. Tutti loro li avevano.
“Crede che si riprenderà presto?” domandò la madre, sistemando il figlio nel suo lettino azzurro e invitandolo in cucina per offrirgli la solita tazza di tè. Ancora una volta rifiutò gentilmente. Ancora una volta già sapeva che il giorno dopo la scena si sarebbe ripetuta.
“Se intende dal sonno indotto... fra poco” rispose senza tono nella voce, guardando la donna indaffarata fra bollitore e bustine del tè come se non l'avesse sentito dire cortesemente di no qualche secondo prima.
“Se intende dalle mutazioni genetiche gli ci vorranno ancora un po' di sedute... tornerò anche domani” disse, semplicemente. La donna incontrò il suo sguardo: “Ho notato che inizia ad indebolirsi. L'altro giorno ha chiuso a chiave il gatto in soffitta e si è reso conto solo più tardi che con solo la forza del pensiero non riusciva più a liberarlo... sicuramente questo è merito suo e la ringrazio” lui fece un veloce inchino, come se (ed in parte era vero) quelle parole non lo interessassero minimamente, ma ci teneva alle formalità “Però vede, la situazione è complicata... non riuscirò a tenere la cosa nascosta a mio marito ancora a lungo. E se Hiroki non guarisse da questa malattia, io...” decise di interromperla.
“Signora, questa... malattia è assolutamente guaribile. Si tranquillizzi: ancora qualche seduta e Hiroki sarà un bambino del tutto... normale” quasi vomitò fuori quelle parole con una difficoltà indescrivibile.
La donna sospirò, si inchinò più e più volte mentre lo accompagnava alla porta.
“La ringrazio, la ringrazio davvero... avere un figlio così... di questi tempi... quando noi siamo sempre stati sani... e mio marito... grazie ancora, grazie...” una litania infinita.
Uscì dal cancello della villetta e respirò a pieni polmoni l'aria esterna, abbastanza fredda per essere fine ottobre, in quella zona residenziale di Osaka est. Percorse la strada fino alla metro canticchiando una vecchia canzone, con le mani in tasca.
E poi ancora la Midosuji-sen.
E quegli occhi e quella voce... solo per lui da vedere, solo per lui da sentire.
Una profonda spaccatura della quale i frammenti continuavano a tornare, ferirlo: se li ritrovava conficcati nella pelle, di tanto in tanto... e cercava ancora una persona fra la folla, una persona che non c'era più.
Si svegliò all'improvviso da uno di quei soliti sogni violenti.
Le ombre gli si avvicinavano lentamente, opprimendolo e soffocandolo, strappandogli di dosso tutti i ricordi, tutte le capacità che aveva... come se fossero brandelli della sua pelle, organi.
Si alzò dal letto ignorando il basso lamento del compagno di stanza e corse in bagno a vomitare.
Le grida di dolore e il pianto costrinsero Shingo ad alzarsi e dargli una mano, tenendolo fermo perché non si graffiasse o mordesse da solo e, una volta terminato lo sfogo, reggendolo in piedi perché si lavasse e tornasse a letto.
Vide gli occhi dell'amico nella penombra della stanza e chiuse i suoi, come per dirgli che non voleva dire niente... non avrebbe voluto sentire niente, non avrebbe voluto sapere niente.
Il materasso si abbassò nel punto in cui Shingo si sedette, ignorando i suoi sforzi di tornare a dormire.
-Era di nuovo lui?- chiese l'amico.
Riaprì gli occhi per fissare il muro di fronte a sé, tentando di capire se era una domanda singola o ci si aspettava un discorso. Come sentì le dita di Shingo accarezzargli distrattamente le punte dei lunghi capelli castani, capì che stava tremando e piangendo e che doveva rispondere.
-Mi chiama. Costantemente. Sento tutto il male che gli ho fatto...- riuscì a mormorare.
-Non sei stato tu. Lo sai che non sei stato tu...- tentò di calmarlo l'altro.
Scosse forte la testa, affondando il viso nel cuscino ormai zuppo di lacrime: -Hanno usato me per farlo!- gridò, per poi calmarsi piano, rilassando i muscoli tesi fino a quel momento.
In qualche modo si addormentò e non sognò più nulla.
Il giorno dopo voleva chiedere scusa a Shingo per aver alzato la voce e per avergli sicuramente ricordato momenti dolorosi... ma il compagno di stanza era già uscito per lavoro.
Ognuno di loro, lì all'istituto, aveva avuto la sua buona dose di traumi.
Il suo trauma si chiamava Shota ed era un elemento dello stesso istituto. Quando erano piccoli erano stati tutti portati lì dalle proprie famiglie e abbandonati, con la scusa di non potersi permettere le cure della malattia ancora semi-sconosciuta che avevano. In quel particolare orfanotrofio, i bambini con poteri paranormali vivevano isolati dal resto del mondo e subivano esperimenti continui per la trasformazione e rigenerazione del dna.
Quando Subaru era arrivato all'istituto aveva otto anni e da due manifestava i sintomi della malattia... Shota era più giovane ma era già lì da qualche mese, spaventato e insicuro, incapace di guardare gli altri bambini negli occhi durante le ore di ricreazione o durante le lezioni (l'istituto era tutto: una scuola, un dormitorio, un ospedale...). Lentamente avevano fatto amicizia e si era creato un gruppo di amici, qualcosa di spontaneo, qualcosa di talmente bello che nel freddo di quel posto era diventato il legame più forte mai esistito prima.
Con l'arrivo dell'adolescenza e l'intensificarsi dell'odio nei confronti dei tutori e degli esperimenti sempre più violenti che subivano, erano arrivati anche i primi amori, i primi dubbi, i primi sogni.
Shingo sognava spesso di uscire dall'istituto e diventare un calciatore professionista.
Kimitaka non riusciva ad ammettere neanche a se stesso le proprie paure... e i sentimenti che forse provava per uno dei suoi amici.
Per Subaru, a volte non esisteva nessun altro che Shota. E per Shota, l'importante era stare con Subaru.
Per quanto gli esperimenti li stancassero o terrorizzassero, il solo pensiero di poter stare l'uno con l'altro fortificava il loro spirito e permetteva loro di sopravvivere anche alle prove più dure, dove altri elementi si 'perdevano'... cedevano al potere, diventavano aggressivi, venivano spenti.
Un giorno, però, vennero divisi in due classi: i cercatori e i recipienti.
Hiroki gli corse incontro quella mattina, felice di vederlo.
“Subaru-kun, vuoi vedere il mio nuovo camion? Me l'ha regalato il papà!” esclamò il bambino, prendendolo per una mano e quasi trascinandolo in salotto dove tutti i giochi erano sparsi sul tappeto. Shibutani si accorse con una piccola fitta al cuore che il bambino era debole e non usava quasi più i propri poteri mentre giocava... si sedette al suo fianco, senza togliersi il cappotto e prese il camion giallo che Hiroki gli aveva offerto: “Hiro, tu... lo fai per la mamma?” chiese, senza capire.
Il bambino scosse la testa, un po' rattristato: “E' da un po' che non ci riesco più. Mamma è felice, però... spero di guarire presto, così potrò tornare a scuola a giocare con gli altri”. Poi sorrise, riprendendo a muovere la macchinina rossa sul tappeto. Subaru gli accarezzò la testa: “Presto sarà tutto finito, te lo prometto” sussurrò, prima di indurre il sonno e entrare la mente debole del bambino.
Dopo Hiroki quel giorno aveva una nuova visita da fare.
Negli scorci di città che vide fra una casa e l'altra sentiva il profumo dei suoi capelli e la sua voce ridere, come se ci fosse effettivamente qualcosa da ridere nell'attuale situazione.
Il nuovo caso viveva con i genitori in un appartamento in zona quasi centrale: la famiglia era benestante e la casa era semi-spoglia perché si erano da poco trasferiti a Osaka da Tokyo.
Ebbe un breve colloquio coi genitori, facendo loro firmare le carte necessarie per l'avvio della cura e per la delega delle responsabilità in qualsiasi caso la terapia non avesse avuto effetto o fosse fallita... a volte capitava.
Venne poi accompagnato nella stanza del ragazzino di dodici anni, il suo nuovo incarico: se ne stava seduto sul letto, la schiena contro il muro a giocare ai videogiochi.
“Come ti chiami?” gli chiese, senza neanche sollevare lo sguardo dal piccolo schermo.
“Subaru” rispose, rimanendo in piedi in mezzo alla stanza.
“Io sono Kazunari e so perché sei qui. So anche cosa mi devi fare” disse il ragazzo, spegnendo all'improvviso il videogioco e guardandolo negli occhi con una strana sicurezza: “Ma io non voglio guarire”.
Shibutani sospirò: “Non è una cosa che puoi decidere tu, purtroppo... i tuoi genitori mi hanno già dato il permesso”.
“Non importa quello che pensano loro, io so già cosa voglio fare: voglio diventare uno come te. Voglio entrare nella mente di quelli come noi” Subaru scosse la testa: “Non è una cosa semplice...”.
“E se lo sapessi già fare?” lo interruppe il ragazzino, con un sorriso furbo e quasi inquietante.
Qualcosa cedette, come se il pavimento si stesse sgretolando sotto i suoi piedi e Subaru cadde: i ricordi che venivano scoperchiati e rovesciati fuori senza passare per il sonno...
I recipienti venivano sottoposti ai nuovi esperimenti progettati dall'istituto. I cercatori diventavano dipendenti dell'istituto e mettevano in pratica i nuovi esperimenti... sui recipienti.
L'inesperienza dei nuovi cercatori fece in modo che il numero dei recipienti si dimezzasse già nella prima settimana del nuovo progetto. L'atmosfera di falsa sicurezza era ormai caduta, diventata puro terrore e delle volte capitava che anche i cercatori impazzissero per la troppa pressione, venendo spenti.
Shota era stato designato come recipiente e la cosa lo stava torturando più degli esperimenti: se gli fosse successo qualcosa di terribile, come si diceva stesse succedendo agli altri ragazzi nell'istituto, non sarebbe mai riuscito a controllarsi. In quei giorni, gli incubi li tormentavano entrambi.
Prima di loro, capitò a Shingo e Kimitaka.
Subaru non seppe mai come, ma solo uno dei due tornò indietro.
Quello stesso giorno, Shota gli rivelò che aveva imparato a indurre il sonno, che avrebbe impiantato un seme di memoria nella sua mente, che avrebbe fatto in modo che nulla in lui si rompesse o impazzisse.
Non voglio che tu lo faccia. Non voglio solo ricordarmi di te... io voglio stare con te. Io voglio uscire di qui e vivere la vita che ci siamo promessi. Ricordi? Prendere la metro insieme, andare dove ci pare... dove andrò senza di te? Come posso non rompermi senza di te? Shota aveva pianto a lungo.
Porta il nostro sogno con te, non permettere che ti spengano. Ti prego, è il mio unico ed ultimo desiderio... non venire con me. Io sarò dove tu voglia andare, in qualunque sogno tu avrai. Te lo prometto. Shibuyan. Te lo prometto.
“BASTA!” gridò, tenendosi la testa mentre piangeva, inginocchiato sul pavimento della stanza di Kazunari.
“I tuoi... amici... sono morti?” chiese Kazunari, con una voce terrorizzata, guardandolo da dove si era rannicchiato sul letto. Subaru ritrovò la forza di sollevare lo sguardo e recuperare coscienza di sé.
“...Sì. Spenti, per la precisione” disse, asciugandosi il viso con il dorso della mano: “Non avresti dovuto vederlo”.
“Ci sono tante cose nella mente delle persone che non avrei dovuto vedere. I tradimenti di mio padre, le bugie di mia madre, i segreti delle persone che hanno tentato di portarmi al tuo istituto prima che i miei genitori decidessero di sottopormi alle cure... la tua mente è più interessante, però. Voglio sapere di più su Shota e su di te... anche se per farlo dovessi provare dolore”.
“No, basta. Non sei autorizzato e non sei ancora capace di leggere senza creare danni” disse Subaru, per poi decidere di agire: lo addormentò, sedendosi sul letto e recuperando le energie necessarie per iniziare la terapia. Kazunari non poteva opporre resistenza, ma nel flussi di ricordi che ricevette, sentiva che stava anche lasciando qualcosa di suo.
“Non mi hai mai raccontato come hanno spento Yoko” disse quella sera, guardando Shingo sistemare la borsa degli allenamenti di calcio. L'aria si gelò improvvisamente e si chiese se mai avesse dovuto chiedere proprio in quel momento.
Shingo non lo guardò in faccia mentre rispose: “Non me lo ricordo”.
Subaru non riuscì a trattenere un tono di sorpresa: “Come...?”.
“Non lo so, non me lo ricordo. Forse mi hanno cancellato una parte di ricordi, forse lo shock ha fatto sì che la memoria si eliminasse... non lo so” rispose il compagno di stanza, per poi riprendere a sistemare le proprie cose nel silenzio della stanza.
La voce di Shingo interruppe i suoi pensieri: “Non mi ricordo niente di lui... o di... Shota. Non penso neanche più di avere qualche ricordo legato a loro. E' per questo che a volte invidio i tuoi ricordi, per quanto tu ne soffra o provi dolore. Almeno tu senti ancora Shota, come se fosse vivo”. Subaru raggiunse l'amico e lo strinse in un abbraccio, prima di condividere le sue lacrime: “Io non... non mi ricordo neanche più il suo viso”.
“E' il frutto del seme che hai nella memoria. E' l'ultimo desiderio di Shota, lo sai? Per questo Shingo non ricorda nulla e tu sì... per questo non hai provato dolore quando l'hanno spento e non hai subito lo shock” disse Kazunari, appoggiando la console dei videogiochi sul comodino.
“La vuoi smettere di entrare???” gli gridò contro, ansimando per lo sforzo di rimettersi in piedi dopo l'ennesima intrusione senza esperienza del ragazzino: era forte, però... riusciva ad andare dove nessun altro era riuscito ad andare.
“Forse sono capace di toglierti quel seme, sai? Ma non lo farò se tu non vuoi... devo solo capire come l'hai spento...”.
“NO!” esclamò, tentando di riprendere il controllo senza riuscire a celare il terrore che provava: “Non ho mai più aperto quei ricordi, non li voglio provare. Ti prego, smettila...”.
Kazunari gli sorrise ed annuì: “Ok, non entrerò... quando sarai pronto, lo potrai fare tu e me ne potrai parlare”. Fece una pausa, senza smettere di studiare gli occhi ancora carichi di paura e ricordi del più grande. “Per quel tuo amico, sai... ci sono dei sogni che si possono indurre”.
Si sedette sulla panchina, aspettando la metropolitana. A quell'ora non c'era quasi nessuno e poté concentrarsi sui suoi ricordi... non ci mise molto a vederlo apparire.
Shibuyan...
Voleva sapere di più di quello che era successo loro. Voleva capire perché Shota aveva deciso di impiantare quel seme e se sapeva che genere di sofferenze gli avrebbe provocato.
Tutto ciò che volevamo era stare insieme, ricordi? Ho fatto male a voler stare con te?
Ogni volta che si addormentava, le ombre del giorno in cui erano stati divisi lo tormentavano: provava le stesse cose che Shota aveva provato... lo stesso dolore che in teoria avrebbe dovuto dimenticare.
E' il prezzo da pagare per voler stare insieme...
Cosa sarebbe successo se avesse chiesto a Kazunari di togliere quel seme?
Non proveresti più dolore, ma non riusciresti a ricordarti di me... è questo che vuoi? Io volevo stare con te, Shibuyan... volevo che il nostro sogno sopravvivesse con te...
Eppure non sei tu, Yassan. Non sei veramente quello che vedo... tu eri diverso da queste visioni che mi tormentano... tu eri il primo a non volere che soffrissimo, eri il primo a chiedermi di essere felice e di vivere il nostro sogno.
Shota non sembrò ferito e nemmeno scosso da quelle parole.
Sorrise dolcemente ed annuì, per poi voltarsi ed andare via, sparendo lontano sulla banchina deserta.
Ma prima di dirgli addio per sempre, c'era una cosa che doveva fare.
Tornò all'istituto che le luci delle stanze erano già spente: entrò nella propria e trovò Shingo già addormentato nel proprio letto, i capelli bagnati per la doccia dopo gli allenamenti di calcio e un braccio penzoloni fuori dalle coperte. Lo sistemò senza svegliarlo, per poi sfiorargli la fronte con la mano, concentrando tutti i ricordi belli che riusciva a far riemergere sul loro gruppo di amici prima degli esperimenti: Kimitaka, Ryuuhei, Ryo, Tadayoshi... sentì Shingo scuotersi nel sonno, forse per la sorpresa.
Raggiunse il proprio letto con ancora le lacrime agli occhi e si addormentò subito, distrutto dalla stanchezza di quella lunga giornata. Non ebbe incubi, forse perché Shota stesso aveva deciso che era giusto andare.
Stanotte ho sognato Kimi. Per la prima volta dopo dieci anni gli scrisse Shingo via mail quella mattina, mentre nel freddo autunnale delle sette prendeva la metro per andare da Kazunari. Non è cambiato per niente... come al solito dopo un po' che fa lo scemo mi fa venire una rabbia!
Sorrise fra sé e sé, scorrendo il testo della mail.
...Ma mi mancava tantissimo. Mi mancavate tutti. Grazie.
Per la prima volta in dieci anni, si sentiva diverso: un passo più leggero nel prendere l'ascensore dello stabile del paziente. Un sorriso un po' meno finto nel salutare la madre di Kazunari.
“Sei veramente sicuro? Potrebbe fare male...” chiese il ragazzino, sedendosi al suo fianco sul letto e guardandolo negli occhi. Annuì; non avrebbe potuto chiederlo a nessun altro.
“Devi averlo amato tanto...” disse Kazunari, avvicinando la mano alla sua fronte.
Lo fermò, aprendo appena gli occhi che aveva chiuso in attesa dell'azione del piccolo cercatore.
“Lo amo ancora” disse: “E questa è l'unica cosa che non voglio e non mi permetterò di scordare mai”.
Kazunari annuì e per la prima volta sembrò capace di indurgli un lieve sonno.
Delicato, tanto che riuscì a vedere i ricordi abbandonarlo... ma dolcemente, senza fare male... poté dire loro addio.
Qualche anno dopo.
Osaka. Midosuji-sen.
“Pensi che il nuovo paziente sia difficile? Se ne vedono pochi che a sette anni sanno già spostare i mobili” disse Kazunari (Nino, per ormai quasi tutti all'istituto) seduto sulla panchina al suo fianco, le mani infilate nelle tasche del cappotto e il mento appuntito sepolto nella sciarpa color panna.
Subaru guardò il suo allievo con una leggera sorpresa: “Da quando queste cose ti preoccupano?”.
“Non sono preoccupato stavo solo riflettendo...” Subaru l'aveva preso con sé e Nino stava diventando un ottimo cercatore... quasi migliore di lui.
Tornarono in silenzio a guardare i cartelloni pubblicitari di fronte a loro... chissà da quanto non li cambiavano? Poi Kazunari si mosse e con una voce divertita chiese: “Non mi hai mai detto quale fosse il vostro sogno, alla fine... tuo e di Shota”.
Subaru chiuse gli occhi e non riuscì a trattenere una risata.
Poi ripensò ai suoi amici e a quei pochi ricordi felici che ancora aveva e riusciva a sognare.
“Creare una band musicale. Io alla voce e lui alla chitarra... e esibirci in metropolitana”.
“In metropolitana? Non è un po' modesto come sogno? Solitamente si pensa al Jou Hall, al Kyocera Dome... o al Kokuritsu” scherzò Nino. Ma Subaru non rispose, ancora una volta perso nei ricordi.
E come la gente iniziò ad accalcarsi sulla banchina e il suono registrato avvisava che il treno era in arrivo, sentì nuovamente quel profumo e il suo viso, nello scorrere veloce delle carrozze sui binari mentre i freni stridevano. Si voltò sorpreso verso Nino, senza capire: il seme doveva essere stato tolto, eppure...
Kazunari sorrideva sornione, il viso ancora per metà celato nella sciarpa.
Anche Shota sorrideva, finalmente rilassato e felice di vederlo.
Shibuyan!
E insieme a Kazunari prese la metro anche quella mattina.
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Date: 2011-12-12 07:36 pm (UTC)Separare i Subassan è contro natura! Come separare un pinguino dalla sua compagna, uno squalo dal suo pesce pilota...oh beh...si è capito...
no subject
Date: 2011-12-16 11:32 am (UTC)