Kurenai cap.14
Nov. 9th, 2008 09:01 pmHola..! Riappaio dopo un pò per postare il penultimo capitolo di Kurenai, mi dimentico sempre! ^^'' Approfitto di questo post anche per dire che ho recuperato i vari post che mi ero persa negli ultimi tempi causa esame! ç.ç Non ho le forze per commentare post per post quindi vi dico che ho letto e apprezzato tutto! *^*
Ora passo al capitolo...
CAP. 14
POV/Jun
Nelle settimane successive non era più tornato sull’argomento che aveva aperto quella sera. La reazione di Sho lo aveva fatto riflettere, e forse quello che gli aveva chiesto di fare era davvero qualcosa che pesava su di lui fino a quel punto. Se le cose stavano così, allora non voleva farlo soffrire ulteriormente e non avrebbe chiesto più nulla a riguardo. L’importante in fondo era godersi il tempo che avevano – nonostante fosse poco – nel migliore dei modi, anche se gli faceva male pensare che sicuramente un giorno le cose non sarebbero più state così.
Il lavoro al locale gli permetteva sempre meno di vedersi, però Sho veniva da lui almeno una volta ogni due giorni; a Jun dispiaceva che lui dovesse pagare per stare con lui, ma era talmente felice di vederlo che non aveva protestato.
Passavano dei momenti molto belli, a volte Sho portava un libro e glielo leggeva; era molto bello passare così le serate, erano tutti e due molto felici.
Quella sera Sho non era venuto e ormai era quasi l’alba, quindi non sarebbe più arrivato; almeno quella notte era finita e presto se ne sarebbe tornato a casa.
Scese in sala; era quasi deserta quindi molto probabilmente non c’erano più clienti. Si stava avvicinando all’uomo al banco per chiedere se aveva finito per quella sera, quando fu lui a chiamarlo:
“Jun il capo ti vuole parlare; ti aspetta di sopra.”
Al sentirlo, Jun si fermò improvvisamente sui suoi passi e la mente gli si svuotò mentre quelle parole risuonavano nelle sue orecchie.
Quell’uomo… voleva parlare con lui?
“Ehi, hai capito?” chiese l’uomo in assenza di una sua risposta.
Jun batté gli occhi tornando con la mente a quel che gli era stato chiesto; annuì e senza dire altro si allontanò nella sala.
Si avvicinò al muro poggiandosi con le spalle sulla parete fredda e stringendosi le braccia intorno alla vita. Era successo, alla fine era successo. Sapeva bene quello che voleva quell’uomo da lui, l’avrebbe costretto di nuovo, e lui non voleva che accadesse ancora; già era stato terribile sopportare il peso di quello che gli aveva fatto quel giorno, non sarebbe riuscito a sostenerlo una seconda volta.
Avrebbe voluto scappare via all’istante, ma c’era ancora gente nel locale e il buttafuori alla porta lo avrebbe sicuramente fermato, e poi che avrebbe fatto se pure ci fosse riuscito?
Decise di salire, aveva paura ma non c’era altra scelta, forse in fondo voleva veramente solo parlargli, anche se non ci credeva veramente.
Salì fino all’ultimo piano e percorse il corridoio più lentamente che poteva, come se facendo così potesse ritardare il più possibile quell’incontro. Arrivato davanti alla porta notò con gioia che la guardia non c’era, la cosa lo faceva sentire un pochino più sollevato.
Bussò, ed attese una risposta che non tardò ad arrivare. Aprì la porta e l’odore orrendo del sigaro che quell’uomo era abituato a fumare lo investì facendogli venire la nausea. Era seduto alla scrivania intento a parlare con qualcuno al telefono; la stanza era una delle più grandi di tutto il locale, con un piccolo salotto sulla destra e un enorme letto sulla sinistra, che dato lo sconvolgimento delle coperte quella sera doveva essere già stato usato.
Chiuse la porta dietro di sé appoggiandosi contro di essa senza avanzare e incrociando le braccia dietro la schiena. Tenne il viso basso spiando i movimenti dell’uomo dietro la scrivania con la coda dell’occhio; non aveva neanche voglia di incrociare il suo sguardo.
Poco dopo attaccò il telefono e spense il sigaro che aveva tra e labbra nel grosso posacenere di vetro sopra la scrivania.
“Sai chi era al telefono?” chiese subito l’uomo, rivolgendosi a lui.
Jun fece segno di no continuando a guardare a terra.
“Era il boss, gli ho raccontato che ultimamente hai un cliente abituale, e da quello che mi dicono sembra che con lui tu non abbia il rapporto che hai con un cliente qualsiasi, anzi sembra che siate molto intimi ma a livelli completamente differenti. È diventato per caso il tuo ragazzo?” chiese alzandosi dalla scrivania e aggirandola.
Quando Jun lo vide muoversi cominciò ad avere paura, teneva lo sguardo basso ma continuava a non farsi sfuggire il minimo movimento.
“Comunque il capo ha detto che se la cosa interferirà con il lavoro prenderà provvedimenti, ma per il resto finché quando viene paga per lui non ci sono problemi.” spiegò avvicinandosi di qualche passo.
Jun rimase ancora fermo davanti alla porta, pronto ad allontanarsi da lui se si fosse avvicinato ancora.
L’uomo si era fermato poco distante da lui fissandolo con un sogghigno divertito. “Suvvia, non fare quella faccia!” esclamò ridendo, poi voltandosi di nuovo verso la scrivania e facendo cenno con un braccio, “Avvicinati prego, Jun…”
Si sentì rabbrividire quando quell’uomo pronunciò il suo nome; trattenne l’impulso di uscire all’istante, e alzò un poco lo sguardo su di lui che lo fissava ancora aspettando che si avvicinasse.
Fece qualche passo in avanti cercando di non dare troppo a vedere la sua agitazione perché quell’uomo ne avrebbe approfittato; dopotutto la porta non era chiusa a chiave e se le cose avessero preso una brutta piega avrebbe sempre potuto provare a fuggire.
L’uomo poco più avanti di lui sorrise con soddisfazione sporgendosi verso la scrivania e afferrando una bottiglia, “Vuoi bere qualcosa?”
Jun fece ancora cenno di no con la testa e lo restò a guardare mentre si versava del liquore in un bicchiere ridacchiando tra sé e sé.
“Come sei diventato timido, eri molto più scontroso qualche anno fa…” disse illusorio fissandolo negli occhi.
Lo odiava, lo odiava talmente tanto che avrebbe voluto dirgliene di tutti i colori, ma le parole gli si chiudevano in gola.
“Non credevo ti avrei mai rivisto, sapevo che lavoravi in strada.” disse sorseggiando dal bicchiere; “Quando il capo mi ha detto che ti rimandava qui sono rimasto sorpreso, mi ha detto che non rendevi più molto. Era a causa del tuo fidanzatino?”
Jun continuava a guardarlo standogli il più lontano possibile, il fatto che parlasse così di Sho lo irritava, ma aveva paura di rispondere e di provocare una qualche reazione.
Posò il bicchiere sulla scrivania e comiciò ad avvicinarglisi lentamente, ad ogni passo che lui faceva Jun cercava di allontanarsi, compiendo un circolare intorno alla stanza finchè non si ritrovarono uno di fronte all’altro ma ancora a una distanza considerevole.
“Non capisco come faccia a stare insieme a te, in fondo non fai altro che il lavoro di una puttana.” disse ridendo divertito.
“Sho non mi giudica per quello che faccio per vivere!” gridò Jun improvvisamente sbalordendo anche se stesso.
“Allora sai ancora parlare.” costatò l’uomo davanti a lui; “Comunque non ti scaldare, non parliamone più. Fate come volete, a me non interessa.” disse avvicinandosi sempre di più mentre Jun indietreggiava.
“Piuttosto...” continuò; “da quando sei qui hai avuto molto da fare, sembra che i tuoi clienti abituali siano venuti qui al locale; con il tempo devi essere diventato molto bravo.”
Si avvicinava sempre più e Jun indietreggiava a ogni passo finchè non sbattè contro la scrivania, e rimase impossibilitato ad allontanarsi.
“È un mese che sei qui e a malapena ci siamo incrociati.” aggiunse portandosi davanti a lui; ormai li separavano pochi centimetri l’uno dall’altro, puzzava incredibilmente di sigaro e di alcool, tanto che a Jun venivano quasi i conati a stargli così vicino.
“Allora…” disse l’uomo sporgendosi in avanti e poggiando le mani sulla scrivania, chiudendogli ogni via di fuga, “…che ne dici di divertirci un po’ insieme?”
Jun sentì improvvisamente la paura prendere il sopravvento su di lui; si sporse indietro per allontanarsi il più possibile da quell’uomo, ma la scrivania su cui era poggiato gli impediva i movimenti. Scosse la testa impaurito e cercò di aggirare l’uomo, ma questo lo afferrò con violenza per le spalle costringendolo davanti a lui.
“Non agitarti, tanto non puoi scappare.” Disse con un ghigno, quindi si avvicinò al suo collo iniziando a baciarlo in modo rude.
“No!!” urlò Jun quando l’uomo si piegò su di lui, muovendo le braccia contro il suo petto cercando di allontanarlo da sé. Ma questo era più grande di lui e senza badare ai colpi che riceveva continuava a baciarlo spostando le mani lungo il suo corpo.
Tentò inutilmente di ribellarsi quando l’uomo iniziò a sollevargli la maglietta, e trattenne un gemito mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime; -Sho!- ripeté in mente più volte, come se pensandolo sarebbe potuto arrivare e salvarlo.
L’uomo si sporse più contro di lui facendolo quasi ricadere di schiena sulla scrivania e spostando il viso sul suo petto. Jun non riusciva a muoversi per allontanare l’uomo da lui e le lacrime scendevano ormai sul suo volto; spostò le braccia indietro cercando di restare in equilibrio, quando con la mano toccò qualcosa poggiata sulla scrivania. Capì toccandolo che si trattava di quel grande portacenere di vetro che aveva visto usare prima da quell’uomo.
Reagì di impulso; voleva che la smettesse ma era troppo gracile rispetto all’uomo per spingerselo via di dosso, allora afferrò il posacenere e lo colpì alla testa violentemente. L’uomo barcollò davanti a lui stordito portandosi una mano alla testa che sanguinava, e come Jun trovò uno spiraglio scappò verso la porta mentre sentiva l’uomo gridare:
“Brutto piccolo bastardo, te la farò pagare!”
Corse con tutte le sue forse lungo il corridoio; presto sarebbe arrivato qualcuno attirato dalle grida e doveva andarsene prima che potessero prenderlo. Quando arrivò alla fine del corridoio aprì la porta antincendio e senza fermarsi scese di corsa le scale.
Corse a più non posso allontanandosi da quel luogo, finché non ebbe più fiato ed energie, e dovette fermarsi per qualche istante.
Era abbastanza lontano, ma doveva pensare a trovare un posto dove andare: a casa sarebbe stato il primo posto dove sarebbero andati a cercarlo e Jun sapeva già che la cosa era pericolosa. Quell’uomo era crudele, e lo avrebbe fatto cercare finché non lo avessero trovato; se fosse tornato a casa avrebbe messo in pericolo anche Masa e Toshi, e lui non voleva che accadesse. L’unica possibilità era andare da Sho, ma ormai era l’alba e non poteva dirigersi verso casa sua, perché anche una volta lì Sho non sarebbe potuto andare ad aprirgli. L’unico modo era attendere il tramonto per poter andare da lui, lì sarebbe stato al sicuro e soprattutto tra le sue braccia.
Ricominciò a camminare più lentamente; ovunque decidesse di andare, doveva allontanarsi il più possibile da quella zona, ed evitare di restare per strada.
Mentre camminava e il sole nascente illuminava sempre più le strade coi suoi deboli raggi, continuava a pensare a quello che era successo e a cosa avrebbe fatto ora. Questa storia avrebbe avuto senza dubbio gravi ripercussioni: sarebbe potuto esser cacciato, e di conseguenza perdere la casa e il lavoro, o altrimenti chissà cosa gli avrebbero potuto fare. Il solo pensiero del modo in cui quell’uomo si sarebbe potuto vendicare lo faceva rabbrividire. Era riuscito a salvarsi dalla sua aggressione, eppure adesso aveva la sensazione di essersi cacciato in una situazione anche peggiore.
Il sole ormai era completamente sorto nel cielo e la città ricominciava a muoversi nella sua routine frenetica. Si guardò intorno furtivamente. Forse sarebbe stato più al sicuro in un quartiere affollato, dove si sarebbe potuto confondere tra la gente; eppure i suoi piedi lo stavano portando da un’altra parte, quasi inconsapevolmente.
Quando rialzò il viso, dopo aver camminato diverso tempo seguendo le strade senza troppa attenzione, si ritrovò in un posto a lui familiare.
Mosse lo sguardo lungo le palazzine allineate ordinatamente ai lati della strada, e una sensazione di nostalgia lo investì all’improvviso: quello era il quartiere in cui era cresciuto.
Osservò quasi incredulo quella strada su cui ora si trovava e che eppure in quegli anni gli era sembrata così remota e persa in un tempo che ormai non sarebbe più tornato.
Avanzò tra le piccole case e percorse lentamente quelle vie familiari, semivuote e silenziose; ogni angolo di quelle strade portava con sé un ricordo diverso, legato alla sua infanzia, alla sua famiglia. Era quasi doloroso vedere come fosse rimasto tutto come quando era dovuto andare via; gli sembrava solo ieri che percorreva quelle strade per tornare a casa, tra i sorrisi dolci di chi gli voleva bene.
Riprese a camminare più velocemente mentre cercava di trattenere le lacrime che gli salivano istintivamente agli occhi; forse era meglio allontanarsi da lì, era troppo per quanto potesse sopportare in quel momento. Ma quando svoltò l’angolo, deciso ad andarsene, si ritrovò davanti a quella che era stata la sua vecchia casa.
Rimase fermo per un istante, mentre mille ricordi gli affollavano la mente; quindi si avvicinò, fino a trovarsi davanti al cancello chiuso. Gli sembrava quasi irreale, non ci era mai tornato dopo essersene andato anni prima.
Si sporse leggermente per spiare oltre il muretto che recintava il piccolo giardino interno. Qualcuno abitava lì adesso, e la cosa gli faceva un po’ male.
Rimase assorto ad osservare quelle mura, quando all’improvviso sentì delle voci provenire dall’interno.
La porta della casa si aprì e ne uscì un bambino seguito dal padre.
“Papà, mi porti al Luna Park?” chiese il piccolo saltellando intorno al padre.
“Su che giostra vuoi andare?” domandò il padre sorridente.
“Su tutte!” rispose il bambino contento.
Sembravano così felici, e a Jun mancava tanto essere così felice e spensierato.
Li vide che stavano per uscire e scappò via, non voleva turbare la loro felicità. Aveva come la sensazione che con la sua presenza avesse potuto portare tristezza a chiunque gli passasse vicino.
Si fermò solo quando fu abbastanza lontano, e si accorse di essere entrato in un parco. Vagò un po’ nei dintorni, poi trovò un posto isolato e si sdraiò sfinito vicino a un albero.
Rivedere la sua vecchia casa lo aveva fatto soffrire; avrebbe voluto tornare a quando era bambino, spensierato e senza problemi. Non che i problemi in casa non ci fossero mai stati, c’erano eccome, ma quando si è piccoli non li si capisce, mentre lui si era sentito solo per tanto tempo dopo la perdita dei genitori e di tutto quello che gli rimaneva.
Però lui adesso aveva Sho e la possibilità di tornare ad essere felice, doveva solo aspettare che si facesse buio e tornare da lui, poi sarebbe stato al sicuro.
Questo era il suo unico pensiero al momento e dopo una notte così faticosa crollò addormentato sul prato.
POV/Aiba e Ohno
Qualcuno bussava alla porta selvaggiamente; erano le prime ore del mattino ed entrambi erano andati a letto da poco.
Fu Masa ad alzarsi riprendendo coscienza prima di Toshi. Vide che il futon di Jun era ancora intatto, ciò significava che non era ancora tornato; forse era lui che bussava alla porta?
Aprì appena la porta e si ritrovò a terra, perché alcuni uomini grandi e grossi la spalancarono improvvisamente facendolo cadere.
“Dov’è?” disse uno di loro gridando.
“Chi?” chiese Masa un po’ confuso da quella irruzione.
“Jun! Dov’è?” urlò, tirando poi su Masa da terra per la maglia del pigiama.
“Non c’è, non è tornato.” rispose Satoshi alzandosi e avvicinandosi all’amico che venne lasciato cadere di botto a terra.
“Quel piccolo stronzo!” esclamò l’uomo furioso.
“Cosa è successo?” si azzardò poi a chiedere Toshi.
L’uomo tornò a guardarli, vicino a lui sembravano quasi dei bambini e li sovrastava completamente.
“Si è messo nei guai, ed è meglio che stiate attenti; se ritorna e lo nasconderete sarà peggio per voi!” disse poi facendo segno agli altri ragazzi di andare, e uscirono lasciando la porta aperta.
Entrambi erano molto spaventati e preoccupati. Si guardarono con ansia entrambi, ed avevano paura per Jun.
POV/Jun
Riaprì lentamente gli occhi e sentì la leggera brezza serale accarezzare tutto il suo corpo. Si tirò a sedere sentendo le gambe formicolargli dopo esser state a lungo ferme, e alzò lo sguardo al cielo che si stava tingendo di blu scuro tra gli ultimi raggi cremisi del sole che tramontava. Aveva dormito fino a tardi, ma adesso almeno era il momento giusto per poter raggiungere Sho.
Si alzò a fatica poggiandosi contro l’albero vicino a lui e inspirando a pieni polmoni, quindi iniziò a incamminarsi uscendo dal piccolo parco.
I suoi passi erano lenti e misurati mentre percorreva le vie immerse quasi del tutto nell’oscurità, pensando a quale strada avrebbe dovuto fare per arrivare il prima possibile da Sho senza rischiare di incontrare qualcuno degli scagnozzi di quell’uomo che sicuramente lo stavano ancora cercando.
Pensò a lungo, immaginando le strade e i percorsi più volte, eppure l’unica possibilità che aveva da quel punto era di passare per il quartiere dove lavorava, dove senza dubbio avrebbe avuto più probabilità di essere visto da qualcuno. Ma era l’unica strada possibile e non aveva altra scelta; sarebbe passato più lontano che poteva dal locale, percorrendo le vie interne anche se avrebbe allungato di molto il percorso.
Aveva camminato per diverso tempo e ormai la notte era scesa completamente sulla città. Stava percorrendo già da un po’ le strade adiacenti il quartiere in cui si trovava il locale, e non faceva che guardarsi intorno con la paura di sentirsi chiamare da un momento all’altro.
Camminava a testa bassa, attento a non incrociare lo sguardo di nessuno, avanzando più in fretta che poteva. Ancora poco e sarebbe potuto essere al sicuro, con Sho al suo fianco, e poi non avrebbe dovuto più avere paura.
Imboccò un vicolo angusto e buio, quando girando l’angolo mentre costeggiava il muro andò a sbattere contro qualcuno. Istintivamente alzò il viso per scusarsi e davanti a lui vide uno degli scagnozzi di quell’uomo. Riabbassò di scatto la testa sperando che non lo avesse riconosciuto, ma questo lo afferrò per la maglia e gli tirò su il viso.
“L’ho trovato!” urlò ad altri uomini che erano poco più avanti nella via.
“Si, è proprio lui!” disse uno degli altri quattro che erano arrivati.
“Lasciatemi!” cominciò a urlare Jun cercando di liberarsi dalla presa dell’uomo che continuava a tenerlo per la maglietta.
“Ci hai fatto faticare parecchio per trovarti.” disse un altro assestandogli poi un pugno in pieno stomaco.
Jun si piegò e cadde a terra senza fiato tossendo convulsamente e sporcandosi le mani del suo stesso sangue, poi qualcuno lo tirò su in piedi.
“Hai fatto un grave errore a comportarti in quel modo con il capo, ed ora la pagherai.”
Venne colpito di nuovo al viso, poi mentre due lo tenevano fermo per le braccia uno continuava a riempirlo di pugni e gli altri due guardavano divertiti.
Jun non ce la faceva neanche a cercare di gridare; a un certo punto sentì che stava quasi per svenire, e se non lo avessero tenuto sarebbe già caduto a terra, poi improvvisamente si fermarono.
Senti uno scatto secco, poi qualcuno lo afferrò per i capelli tirandogli su il viso e poté vedere cosa aveva provocato quel rumore: l’uomo che gli stava davanti aveva un coltello in mano e glielo passava di piatto lungo il viso. Jun poteva sentire la lama gelida sulla sua pelle calda a causa delle contusioni.
“Questo è stato anche il tuo ultimo errore.” disse l’uomo, poi abbassò il coltello e glielo conficcò dritto nell’addome.
Jun si piegò leggermente in avanti a causa del colpo, poi quando gli estrasse il coltello sporco di sangue, i due che lo tenevano lo lasciarono e cadde a terra. Li sentiva ridere; lo colpirono ancora dandogli qualche calcio, poi si allontanarono continuando a sghignazzare.
“Sho… Sho…” ripeté in un sussurro cercando di rialzarsi, ma non riusciva a muovere un muscolo e sentiva che stava per perdere i sensi. Quando a un certo punto sentì dei passi e vide dei piedi fermarsi a pochi centimetri da lui. Con la poca forza che gli rimaneva alzò lo sguardo, sperando con tutto se stesso di vedere il viso di Sho, ma incontrò invece gli occhi di Nino, che lo guardavano freddi e distaccati mentre rimaneva immobile davanti a lui sovrastandolo.
Poi improvvisamente perse i sensi.
Hola! ^^
Ora passo al capitolo...
CAP. 14
POV/Jun
Nelle settimane successive non era più tornato sull’argomento che aveva aperto quella sera. La reazione di Sho lo aveva fatto riflettere, e forse quello che gli aveva chiesto di fare era davvero qualcosa che pesava su di lui fino a quel punto. Se le cose stavano così, allora non voleva farlo soffrire ulteriormente e non avrebbe chiesto più nulla a riguardo. L’importante in fondo era godersi il tempo che avevano – nonostante fosse poco – nel migliore dei modi, anche se gli faceva male pensare che sicuramente un giorno le cose non sarebbero più state così.
Il lavoro al locale gli permetteva sempre meno di vedersi, però Sho veniva da lui almeno una volta ogni due giorni; a Jun dispiaceva che lui dovesse pagare per stare con lui, ma era talmente felice di vederlo che non aveva protestato.
Passavano dei momenti molto belli, a volte Sho portava un libro e glielo leggeva; era molto bello passare così le serate, erano tutti e due molto felici.
Quella sera Sho non era venuto e ormai era quasi l’alba, quindi non sarebbe più arrivato; almeno quella notte era finita e presto se ne sarebbe tornato a casa.
Scese in sala; era quasi deserta quindi molto probabilmente non c’erano più clienti. Si stava avvicinando all’uomo al banco per chiedere se aveva finito per quella sera, quando fu lui a chiamarlo:
“Jun il capo ti vuole parlare; ti aspetta di sopra.”
Al sentirlo, Jun si fermò improvvisamente sui suoi passi e la mente gli si svuotò mentre quelle parole risuonavano nelle sue orecchie.
Quell’uomo… voleva parlare con lui?
“Ehi, hai capito?” chiese l’uomo in assenza di una sua risposta.
Jun batté gli occhi tornando con la mente a quel che gli era stato chiesto; annuì e senza dire altro si allontanò nella sala.
Si avvicinò al muro poggiandosi con le spalle sulla parete fredda e stringendosi le braccia intorno alla vita. Era successo, alla fine era successo. Sapeva bene quello che voleva quell’uomo da lui, l’avrebbe costretto di nuovo, e lui non voleva che accadesse ancora; già era stato terribile sopportare il peso di quello che gli aveva fatto quel giorno, non sarebbe riuscito a sostenerlo una seconda volta.
Avrebbe voluto scappare via all’istante, ma c’era ancora gente nel locale e il buttafuori alla porta lo avrebbe sicuramente fermato, e poi che avrebbe fatto se pure ci fosse riuscito?
Decise di salire, aveva paura ma non c’era altra scelta, forse in fondo voleva veramente solo parlargli, anche se non ci credeva veramente.
Salì fino all’ultimo piano e percorse il corridoio più lentamente che poteva, come se facendo così potesse ritardare il più possibile quell’incontro. Arrivato davanti alla porta notò con gioia che la guardia non c’era, la cosa lo faceva sentire un pochino più sollevato.
Bussò, ed attese una risposta che non tardò ad arrivare. Aprì la porta e l’odore orrendo del sigaro che quell’uomo era abituato a fumare lo investì facendogli venire la nausea. Era seduto alla scrivania intento a parlare con qualcuno al telefono; la stanza era una delle più grandi di tutto il locale, con un piccolo salotto sulla destra e un enorme letto sulla sinistra, che dato lo sconvolgimento delle coperte quella sera doveva essere già stato usato.
Chiuse la porta dietro di sé appoggiandosi contro di essa senza avanzare e incrociando le braccia dietro la schiena. Tenne il viso basso spiando i movimenti dell’uomo dietro la scrivania con la coda dell’occhio; non aveva neanche voglia di incrociare il suo sguardo.
Poco dopo attaccò il telefono e spense il sigaro che aveva tra e labbra nel grosso posacenere di vetro sopra la scrivania.
“Sai chi era al telefono?” chiese subito l’uomo, rivolgendosi a lui.
Jun fece segno di no continuando a guardare a terra.
“Era il boss, gli ho raccontato che ultimamente hai un cliente abituale, e da quello che mi dicono sembra che con lui tu non abbia il rapporto che hai con un cliente qualsiasi, anzi sembra che siate molto intimi ma a livelli completamente differenti. È diventato per caso il tuo ragazzo?” chiese alzandosi dalla scrivania e aggirandola.
Quando Jun lo vide muoversi cominciò ad avere paura, teneva lo sguardo basso ma continuava a non farsi sfuggire il minimo movimento.
“Comunque il capo ha detto che se la cosa interferirà con il lavoro prenderà provvedimenti, ma per il resto finché quando viene paga per lui non ci sono problemi.” spiegò avvicinandosi di qualche passo.
Jun rimase ancora fermo davanti alla porta, pronto ad allontanarsi da lui se si fosse avvicinato ancora.
L’uomo si era fermato poco distante da lui fissandolo con un sogghigno divertito. “Suvvia, non fare quella faccia!” esclamò ridendo, poi voltandosi di nuovo verso la scrivania e facendo cenno con un braccio, “Avvicinati prego, Jun…”
Si sentì rabbrividire quando quell’uomo pronunciò il suo nome; trattenne l’impulso di uscire all’istante, e alzò un poco lo sguardo su di lui che lo fissava ancora aspettando che si avvicinasse.
Fece qualche passo in avanti cercando di non dare troppo a vedere la sua agitazione perché quell’uomo ne avrebbe approfittato; dopotutto la porta non era chiusa a chiave e se le cose avessero preso una brutta piega avrebbe sempre potuto provare a fuggire.
L’uomo poco più avanti di lui sorrise con soddisfazione sporgendosi verso la scrivania e afferrando una bottiglia, “Vuoi bere qualcosa?”
Jun fece ancora cenno di no con la testa e lo restò a guardare mentre si versava del liquore in un bicchiere ridacchiando tra sé e sé.
“Come sei diventato timido, eri molto più scontroso qualche anno fa…” disse illusorio fissandolo negli occhi.
Lo odiava, lo odiava talmente tanto che avrebbe voluto dirgliene di tutti i colori, ma le parole gli si chiudevano in gola.
“Non credevo ti avrei mai rivisto, sapevo che lavoravi in strada.” disse sorseggiando dal bicchiere; “Quando il capo mi ha detto che ti rimandava qui sono rimasto sorpreso, mi ha detto che non rendevi più molto. Era a causa del tuo fidanzatino?”
Jun continuava a guardarlo standogli il più lontano possibile, il fatto che parlasse così di Sho lo irritava, ma aveva paura di rispondere e di provocare una qualche reazione.
Posò il bicchiere sulla scrivania e comiciò ad avvicinarglisi lentamente, ad ogni passo che lui faceva Jun cercava di allontanarsi, compiendo un circolare intorno alla stanza finchè non si ritrovarono uno di fronte all’altro ma ancora a una distanza considerevole.
“Non capisco come faccia a stare insieme a te, in fondo non fai altro che il lavoro di una puttana.” disse ridendo divertito.
“Sho non mi giudica per quello che faccio per vivere!” gridò Jun improvvisamente sbalordendo anche se stesso.
“Allora sai ancora parlare.” costatò l’uomo davanti a lui; “Comunque non ti scaldare, non parliamone più. Fate come volete, a me non interessa.” disse avvicinandosi sempre di più mentre Jun indietreggiava.
“Piuttosto...” continuò; “da quando sei qui hai avuto molto da fare, sembra che i tuoi clienti abituali siano venuti qui al locale; con il tempo devi essere diventato molto bravo.”
Si avvicinava sempre più e Jun indietreggiava a ogni passo finchè non sbattè contro la scrivania, e rimase impossibilitato ad allontanarsi.
“È un mese che sei qui e a malapena ci siamo incrociati.” aggiunse portandosi davanti a lui; ormai li separavano pochi centimetri l’uno dall’altro, puzzava incredibilmente di sigaro e di alcool, tanto che a Jun venivano quasi i conati a stargli così vicino.
“Allora…” disse l’uomo sporgendosi in avanti e poggiando le mani sulla scrivania, chiudendogli ogni via di fuga, “…che ne dici di divertirci un po’ insieme?”
Jun sentì improvvisamente la paura prendere il sopravvento su di lui; si sporse indietro per allontanarsi il più possibile da quell’uomo, ma la scrivania su cui era poggiato gli impediva i movimenti. Scosse la testa impaurito e cercò di aggirare l’uomo, ma questo lo afferrò con violenza per le spalle costringendolo davanti a lui.
“Non agitarti, tanto non puoi scappare.” Disse con un ghigno, quindi si avvicinò al suo collo iniziando a baciarlo in modo rude.
“No!!” urlò Jun quando l’uomo si piegò su di lui, muovendo le braccia contro il suo petto cercando di allontanarlo da sé. Ma questo era più grande di lui e senza badare ai colpi che riceveva continuava a baciarlo spostando le mani lungo il suo corpo.
Tentò inutilmente di ribellarsi quando l’uomo iniziò a sollevargli la maglietta, e trattenne un gemito mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime; -Sho!- ripeté in mente più volte, come se pensandolo sarebbe potuto arrivare e salvarlo.
L’uomo si sporse più contro di lui facendolo quasi ricadere di schiena sulla scrivania e spostando il viso sul suo petto. Jun non riusciva a muoversi per allontanare l’uomo da lui e le lacrime scendevano ormai sul suo volto; spostò le braccia indietro cercando di restare in equilibrio, quando con la mano toccò qualcosa poggiata sulla scrivania. Capì toccandolo che si trattava di quel grande portacenere di vetro che aveva visto usare prima da quell’uomo.
Reagì di impulso; voleva che la smettesse ma era troppo gracile rispetto all’uomo per spingerselo via di dosso, allora afferrò il posacenere e lo colpì alla testa violentemente. L’uomo barcollò davanti a lui stordito portandosi una mano alla testa che sanguinava, e come Jun trovò uno spiraglio scappò verso la porta mentre sentiva l’uomo gridare:
“Brutto piccolo bastardo, te la farò pagare!”
Corse con tutte le sue forse lungo il corridoio; presto sarebbe arrivato qualcuno attirato dalle grida e doveva andarsene prima che potessero prenderlo. Quando arrivò alla fine del corridoio aprì la porta antincendio e senza fermarsi scese di corsa le scale.
Corse a più non posso allontanandosi da quel luogo, finché non ebbe più fiato ed energie, e dovette fermarsi per qualche istante.
Era abbastanza lontano, ma doveva pensare a trovare un posto dove andare: a casa sarebbe stato il primo posto dove sarebbero andati a cercarlo e Jun sapeva già che la cosa era pericolosa. Quell’uomo era crudele, e lo avrebbe fatto cercare finché non lo avessero trovato; se fosse tornato a casa avrebbe messo in pericolo anche Masa e Toshi, e lui non voleva che accadesse. L’unica possibilità era andare da Sho, ma ormai era l’alba e non poteva dirigersi verso casa sua, perché anche una volta lì Sho non sarebbe potuto andare ad aprirgli. L’unico modo era attendere il tramonto per poter andare da lui, lì sarebbe stato al sicuro e soprattutto tra le sue braccia.
Ricominciò a camminare più lentamente; ovunque decidesse di andare, doveva allontanarsi il più possibile da quella zona, ed evitare di restare per strada.
Mentre camminava e il sole nascente illuminava sempre più le strade coi suoi deboli raggi, continuava a pensare a quello che era successo e a cosa avrebbe fatto ora. Questa storia avrebbe avuto senza dubbio gravi ripercussioni: sarebbe potuto esser cacciato, e di conseguenza perdere la casa e il lavoro, o altrimenti chissà cosa gli avrebbero potuto fare. Il solo pensiero del modo in cui quell’uomo si sarebbe potuto vendicare lo faceva rabbrividire. Era riuscito a salvarsi dalla sua aggressione, eppure adesso aveva la sensazione di essersi cacciato in una situazione anche peggiore.
Il sole ormai era completamente sorto nel cielo e la città ricominciava a muoversi nella sua routine frenetica. Si guardò intorno furtivamente. Forse sarebbe stato più al sicuro in un quartiere affollato, dove si sarebbe potuto confondere tra la gente; eppure i suoi piedi lo stavano portando da un’altra parte, quasi inconsapevolmente.
Quando rialzò il viso, dopo aver camminato diverso tempo seguendo le strade senza troppa attenzione, si ritrovò in un posto a lui familiare.
Mosse lo sguardo lungo le palazzine allineate ordinatamente ai lati della strada, e una sensazione di nostalgia lo investì all’improvviso: quello era il quartiere in cui era cresciuto.
Osservò quasi incredulo quella strada su cui ora si trovava e che eppure in quegli anni gli era sembrata così remota e persa in un tempo che ormai non sarebbe più tornato.
Avanzò tra le piccole case e percorse lentamente quelle vie familiari, semivuote e silenziose; ogni angolo di quelle strade portava con sé un ricordo diverso, legato alla sua infanzia, alla sua famiglia. Era quasi doloroso vedere come fosse rimasto tutto come quando era dovuto andare via; gli sembrava solo ieri che percorreva quelle strade per tornare a casa, tra i sorrisi dolci di chi gli voleva bene.
Riprese a camminare più velocemente mentre cercava di trattenere le lacrime che gli salivano istintivamente agli occhi; forse era meglio allontanarsi da lì, era troppo per quanto potesse sopportare in quel momento. Ma quando svoltò l’angolo, deciso ad andarsene, si ritrovò davanti a quella che era stata la sua vecchia casa.
Rimase fermo per un istante, mentre mille ricordi gli affollavano la mente; quindi si avvicinò, fino a trovarsi davanti al cancello chiuso. Gli sembrava quasi irreale, non ci era mai tornato dopo essersene andato anni prima.
Si sporse leggermente per spiare oltre il muretto che recintava il piccolo giardino interno. Qualcuno abitava lì adesso, e la cosa gli faceva un po’ male.
Rimase assorto ad osservare quelle mura, quando all’improvviso sentì delle voci provenire dall’interno.
La porta della casa si aprì e ne uscì un bambino seguito dal padre.
“Papà, mi porti al Luna Park?” chiese il piccolo saltellando intorno al padre.
“Su che giostra vuoi andare?” domandò il padre sorridente.
“Su tutte!” rispose il bambino contento.
Sembravano così felici, e a Jun mancava tanto essere così felice e spensierato.
Li vide che stavano per uscire e scappò via, non voleva turbare la loro felicità. Aveva come la sensazione che con la sua presenza avesse potuto portare tristezza a chiunque gli passasse vicino.
Si fermò solo quando fu abbastanza lontano, e si accorse di essere entrato in un parco. Vagò un po’ nei dintorni, poi trovò un posto isolato e si sdraiò sfinito vicino a un albero.
Rivedere la sua vecchia casa lo aveva fatto soffrire; avrebbe voluto tornare a quando era bambino, spensierato e senza problemi. Non che i problemi in casa non ci fossero mai stati, c’erano eccome, ma quando si è piccoli non li si capisce, mentre lui si era sentito solo per tanto tempo dopo la perdita dei genitori e di tutto quello che gli rimaneva.
Però lui adesso aveva Sho e la possibilità di tornare ad essere felice, doveva solo aspettare che si facesse buio e tornare da lui, poi sarebbe stato al sicuro.
Questo era il suo unico pensiero al momento e dopo una notte così faticosa crollò addormentato sul prato.
POV/Aiba e Ohno
Qualcuno bussava alla porta selvaggiamente; erano le prime ore del mattino ed entrambi erano andati a letto da poco.
Fu Masa ad alzarsi riprendendo coscienza prima di Toshi. Vide che il futon di Jun era ancora intatto, ciò significava che non era ancora tornato; forse era lui che bussava alla porta?
Aprì appena la porta e si ritrovò a terra, perché alcuni uomini grandi e grossi la spalancarono improvvisamente facendolo cadere.
“Dov’è?” disse uno di loro gridando.
“Chi?” chiese Masa un po’ confuso da quella irruzione.
“Jun! Dov’è?” urlò, tirando poi su Masa da terra per la maglia del pigiama.
“Non c’è, non è tornato.” rispose Satoshi alzandosi e avvicinandosi all’amico che venne lasciato cadere di botto a terra.
“Quel piccolo stronzo!” esclamò l’uomo furioso.
“Cosa è successo?” si azzardò poi a chiedere Toshi.
L’uomo tornò a guardarli, vicino a lui sembravano quasi dei bambini e li sovrastava completamente.
“Si è messo nei guai, ed è meglio che stiate attenti; se ritorna e lo nasconderete sarà peggio per voi!” disse poi facendo segno agli altri ragazzi di andare, e uscirono lasciando la porta aperta.
Entrambi erano molto spaventati e preoccupati. Si guardarono con ansia entrambi, ed avevano paura per Jun.
POV/Jun
Riaprì lentamente gli occhi e sentì la leggera brezza serale accarezzare tutto il suo corpo. Si tirò a sedere sentendo le gambe formicolargli dopo esser state a lungo ferme, e alzò lo sguardo al cielo che si stava tingendo di blu scuro tra gli ultimi raggi cremisi del sole che tramontava. Aveva dormito fino a tardi, ma adesso almeno era il momento giusto per poter raggiungere Sho.
Si alzò a fatica poggiandosi contro l’albero vicino a lui e inspirando a pieni polmoni, quindi iniziò a incamminarsi uscendo dal piccolo parco.
I suoi passi erano lenti e misurati mentre percorreva le vie immerse quasi del tutto nell’oscurità, pensando a quale strada avrebbe dovuto fare per arrivare il prima possibile da Sho senza rischiare di incontrare qualcuno degli scagnozzi di quell’uomo che sicuramente lo stavano ancora cercando.
Pensò a lungo, immaginando le strade e i percorsi più volte, eppure l’unica possibilità che aveva da quel punto era di passare per il quartiere dove lavorava, dove senza dubbio avrebbe avuto più probabilità di essere visto da qualcuno. Ma era l’unica strada possibile e non aveva altra scelta; sarebbe passato più lontano che poteva dal locale, percorrendo le vie interne anche se avrebbe allungato di molto il percorso.
Aveva camminato per diverso tempo e ormai la notte era scesa completamente sulla città. Stava percorrendo già da un po’ le strade adiacenti il quartiere in cui si trovava il locale, e non faceva che guardarsi intorno con la paura di sentirsi chiamare da un momento all’altro.
Camminava a testa bassa, attento a non incrociare lo sguardo di nessuno, avanzando più in fretta che poteva. Ancora poco e sarebbe potuto essere al sicuro, con Sho al suo fianco, e poi non avrebbe dovuto più avere paura.
Imboccò un vicolo angusto e buio, quando girando l’angolo mentre costeggiava il muro andò a sbattere contro qualcuno. Istintivamente alzò il viso per scusarsi e davanti a lui vide uno degli scagnozzi di quell’uomo. Riabbassò di scatto la testa sperando che non lo avesse riconosciuto, ma questo lo afferrò per la maglia e gli tirò su il viso.
“L’ho trovato!” urlò ad altri uomini che erano poco più avanti nella via.
“Si, è proprio lui!” disse uno degli altri quattro che erano arrivati.
“Lasciatemi!” cominciò a urlare Jun cercando di liberarsi dalla presa dell’uomo che continuava a tenerlo per la maglietta.
“Ci hai fatto faticare parecchio per trovarti.” disse un altro assestandogli poi un pugno in pieno stomaco.
Jun si piegò e cadde a terra senza fiato tossendo convulsamente e sporcandosi le mani del suo stesso sangue, poi qualcuno lo tirò su in piedi.
“Hai fatto un grave errore a comportarti in quel modo con il capo, ed ora la pagherai.”
Venne colpito di nuovo al viso, poi mentre due lo tenevano fermo per le braccia uno continuava a riempirlo di pugni e gli altri due guardavano divertiti.
Jun non ce la faceva neanche a cercare di gridare; a un certo punto sentì che stava quasi per svenire, e se non lo avessero tenuto sarebbe già caduto a terra, poi improvvisamente si fermarono.
Senti uno scatto secco, poi qualcuno lo afferrò per i capelli tirandogli su il viso e poté vedere cosa aveva provocato quel rumore: l’uomo che gli stava davanti aveva un coltello in mano e glielo passava di piatto lungo il viso. Jun poteva sentire la lama gelida sulla sua pelle calda a causa delle contusioni.
“Questo è stato anche il tuo ultimo errore.” disse l’uomo, poi abbassò il coltello e glielo conficcò dritto nell’addome.
Jun si piegò leggermente in avanti a causa del colpo, poi quando gli estrasse il coltello sporco di sangue, i due che lo tenevano lo lasciarono e cadde a terra. Li sentiva ridere; lo colpirono ancora dandogli qualche calcio, poi si allontanarono continuando a sghignazzare.
“Sho… Sho…” ripeté in un sussurro cercando di rialzarsi, ma non riusciva a muovere un muscolo e sentiva che stava per perdere i sensi. Quando a un certo punto sentì dei passi e vide dei piedi fermarsi a pochi centimetri da lui. Con la poca forza che gli rimaneva alzò lo sguardo, sperando con tutto se stesso di vedere il viso di Sho, ma incontrò invece gli occhi di Nino, che lo guardavano freddi e distaccati mentre rimaneva immobile davanti a lui sovrastandolo.
Poi improvvisamente perse i sensi.
Hola! ^^
no subject
Date: 2008-11-09 10:48 pm (UTC)no subject
Date: 2008-11-12 06:44 pm (UTC)Grazie per seguire sempre questa ff! ^_^